Swami Vivekananda

La personalità ispiratrice di SWAMI VIVEKANANDA era ben nota sia in India che in America durante l’ultimo decennio del XIX secolo e il primo del XX. Lo sconosciuto monaco indiano balzò improvvisamente alla ribalta in occasione del Parlamento delle Religioni tenutosi a Chicago nel 1893, in cui rappresentò l’Induismo. La sua vasta conoscenza della cultura orientale e occidentale, così come il suo profondo intuito spirituale, la sua fervida eloquenza, la sua brillante conversazione, la sua ampia simpatia umana, la sua personalità colorata e la sua bella figura esercitarono un fascino irresistibile sui molti tipi di americani che entrarono in contatto con lui. Le persone che hanno visto o ascoltato Vivekananda anche solo una volta ne serbano ancora il ricordo dopo più di mezzo secolo.

In America la missione di Vivekananda era l’interpretazione della cultura spirituale indiana, soprattutto nel suo contesto vedantico. Cercò anche di arricchire la coscienza religiosa degli americani attraverso gli insegnamenti razionali e umanistici della filosofia Vedanta. In America divenne l’ambasciatore spirituale dell’India e invocò eloquentemente una migliore comprensione tra l’India e il Nuovo Mondo, al fine di creare una sana sintesi tra Oriente e Occidente, tra religione e scienza.

Nella sua madrepatria Vivekananda è considerato il santo patriota dell’India moderna e l’ispiratore della sua sopita coscienza nazionale. Il servizio all’uomo come manifestazione visibile della Divinità era la forma speciale di culto che egli raccomandava agli indiani, devoti come erano ai rituali e ai miti della loro antica fede. Molti leader politici indiani hanno riconosciuto pubblicamente il loro debito nei confronti di Swami Vivekananda.

La missione dello Swami era sia nazionale che internazionale. Amante dell’umanità, si sforzò di promuovere la pace e la fratellanza umana sul fondamento spirituale dell’unità vedantica dell’esistenza. Mistico di prim’ordine, Vivekananda ebbe un’esperienza diretta e intuitiva della Realtà. Da questa fonte inesauribile di saggezza traeva le sue idee, che spesso presentava con il linguaggio della poesia, capace di emozionare l’anima.

La tendenza naturale della mente di Vivekananda, come quella del suo Maestro Ramakrishna, era quella di elevarsi al di sopra del mondo e di dimenticare se stesso nella contemplazione dell’Assoluto. Ma un’altra parte della sua personalità sanguinava alla vista della sofferenza umana, sia in Oriente che in Occidente. Potrebbe sembrare che la sua mente trovasse raramente un punto di riposo nella sua oscillazione tra la contemplazione di Dio e il servizio all’uomo. Comunque sia, egli scelse, in obbedienza a una chiamata più alta, il servizio all’uomo come sua missione sulla terra; e questa scelta lo ha fatto apprezzare dalla gente in Occidente, dagli americani in particolare.

Nel corso di una breve vita di trentanove anni (1863-1902), di cui solo dieci dedicati ad attività pubbliche – e per di più in mezzo a forti sofferenze fisiche – ha lasciato ai posteri i suoi quattro classici: Jnana-Yoga, Bhakti-Yoga, Karma-Yoga e Raja-Yoga, tutti eccezionali trattati di filosofia indù. Inoltre, tenne innumerevoli conferenze, scrisse di suo pugno lettere ispirate ai suoi numerosi amici e discepoli, compose numerose poesie e fece da guida spirituale ai molti cercatori che si rivolgevano a lui per ricevere istruzioni. Organizzò anche l’Ordine dei monaci Ramakrishna, che è la più importante organizzazione religiosa dell’India moderna. Si dedica alla propagazione della cultura spirituale indù non solo nella terra natale di Swami, ma anche in America e in altre parti del mondo.

Swami Vivekananda ha parlato di sé come di un “condensato di India”. La sua vita e i suoi insegnamenti sono di inestimabile valore per l’Occidente per comprendere la mente dell’Asia. William James, il filosofo di Harvard, ha definito lo Swami “l’esempio dei vedantisti”. Max Muller e Paul Deussen, i famosi orientalisti del XIX secolo, nutrivano per lui un autentico rispetto e affetto. “Le sue parole”, scrive Romain Rolland, “sono una grande musica, frasi nello stile di Beethoven, ritmi incalzanti come la marcia dei cori di Handel. Non posso toccare questi suoi detti, sparsi come sono nelle pagine dei libri, a trent’anni di distanza, senza ricevere un brivido attraverso il corpo come una scossa elettrica. E che scosse, che trasporti, devono aver prodotto quando in parole brucianti uscivano dalle labbra dell’eroe!”.